Kurt Donald Cobain: siete sicuri fosse solo il rocker stampato su misura dal mainstream, come l’emblema di capelloni “flaneallati” ed apatici? Il 28 e 29 Aprile scorsi, nelle sale cinematografiche d’Italia è arrivato “Montage of Heck” film documentario del regista Brett Morgen, sulla vita di Kurt Cobain: a ritmo delle canzoni che sono state l’inno di una generazione, si svela, finalmente a 360°, la natura di un grande artista.

E dunque ci siamo: Kurt Cobain, non vi dico neanche chi è perchè se non lo sapete, potete anche fermarvi qui. Definirlo solamente “leader dei Nirvana” ho sempre pensato fosse inappropriato ed irrispettoso nei confronti dell’artista che, più di ogni altro, ha segnato la mia vita, la mia crescita e, in qualche modo non molto chiaro, anche il mio modo di pensare. Se “Montage of Heck” è un gran bel documentario lo è anche perchè è il primo che non ha solo sbirciato nei fatti privati di un’Icona come Cobain (che mi sono sempre interessati poco). Brett Morgen, oltre a ripercorrere nascita, vita e morte di uno dei fenomeni musicali più significativi della scena musicale degli anni ’90, ha finalmente provato a mostrare un’idea di quello che è la reale produzione di un artista poliedrico come Kurt, dotato di una sensibilità particolare che non poteva limitarsi ad un unico medium.
Kurt non è mai stato solo un musicista, ha sempre scritto, disegnato, dipinto, creato. Il tutto contemporaneamente e sempre spinto dall’esigenza di tirare fuori e guardare in faccia quello che aveva dentro, in qualunque forma.
Ad esempio i video di Smells Like Teen Spirit, Come as You Are e Heart Shaped Box se li era immaginati, scritti, scarabocchiati lui stesso e pretesi fedeli sin nei dettagli nella loro realizzazione. Kurt è sempre stato uno che aveva un sacco di cose da dire senza dirle, riuscendo ad esprimerle in sensazioni contagiose, confuse, aggrovigliate e contraddittorie. Proprio quelle sensazioni che alla fine ti lasciano in un luogo senza parole o immagini precise. A chiederti quale sia il significato…ma di significati è pieno il mondo, e di sensazioni sempre meno.
La grandezza di Kurt era nel suo sentire e nel riuscire a farti sentire. Il significato con lui poco conta.
Qualunque fosse la sensazione, in musica, parole o tratti su carta lui ce la inchiodava dura e pura dentro.
Mi ha sempre irritato il suo modo di scrivere, irritato perchè non capivo neanche io come fosse possibile, pur non capendo niente, sentire così tanto e sentire anche sensazioni non mie… invidia a camionate. Quindi non ho proprio voglia di scrivere di lui in modo convenzionale, glielo devo.
Prima di mettermi a scrivere ho letto un po’ di articoli riguardo quello che Cobain ha prodotto, e mi è parso veramente ridicolo il tentativo di cannibalizzare la sua anima svilendo proprio il sentire, che era e rimane il suo messaggio. Mi sembra la macabra autopsia di un’anima grande che, oltre tutto, con questo mondo vivisettore ha chiuso ormai da un po’.
Di raccontarvi che disegnava la sua dipendenza dall’eroina, la sua bipolarità (presunta o acclarata che fosse…) a me non interessa e credo che anche a lui o a voi  interesserebbe ben poco.  Non gli renderei il favore che lui a me, pur non sapendolo, ha fatto.
E’ da 22 anni che so benissimo che la grafica della copertina di Incesticide è sua e che ho studiato talmente a memoria quella del booklet di In Utero (sempre sua) da averla anche riprodotta sul manico e sul battipenna di una mia vecchia Telecaster. Simboli, colori come parole e suoni, per una persona tanto intima e privata quanto lui, hanno sempre e solo voluto parlare di ciò che si sente e che non si ragiona. Quello che colpisce senza dirti chi è, quello che nasce dallo stomaco ed esplode senza chiederti il permesso.
Spezzettare quello che lui ha fatto in musica, poesia e illustrazioni, per guardarlo al microscopio, allontanerebbe troppo da quella che gli anglofoni chiamano “the bigger picture”: la visione d’insieme. Io penso che il più grande errore sia osservare col cervello quello che nasce altrove, laddove il raziocinio è elemento quasi superfluo. E quindi poco importa, in realtà, l’autobiografismo.
E’ logico e matematico che in un’opera ci sia la vita di chi l’ha prodotta, ognuno è il risultato della propria esistenza. Conclusione scarna questa, e per arrivarci non bisogna avere lauree in psicologia e neanche particolari doti da osservatore o fine critico d’arte. Nell’arte, in quella vera, c’è di più. C’è molto molto di più e chi pretende di parafrasarla si sta privando del grandissimo piacere di sentire e vivere quell’opera d’arte. Nel processo creativo di un artista il lato emozionale è un punto di partenza granitico, inossidabile. L’arte la vive anche chi la guarda, legge o ascolta, e la vive meglio se non la seziona ammazzandola preventivamente e togliendole proprio quello che la fa palpitare in eterno.
Perfetto…sono anche io riuscita a scrivere un articolo non dicendo una mazza sul documentario, che Brett Morgen ha curato molto bene.
Forse basta solo dire che la musica dei Nirvana, sparata ai volumi di un cinema, è in grado di avvolgerti di brividi infermabili per tutti i 132 minuti della proiezione. Tanto meno ho detto qualcosa sulla produzione artistica di Kurt Donald Cobain, e ancor meno ho detto della sua vita (nasce, s’incazza col mondo, poi con sé e poi muore) ma sono assolutamente convinta che lui avrebbe apprezzato.
Per il resto il 22 Luglio “Montage of Heck” torna nei cinema, per chi lo avesse perso lo scorso 28 e 29 Aprile, e sarà “one shot one kill” non dimenticate di segnarlo tra gli impegni inderogabili!

Questo è l’articolo che avrei voluto scrivere più di tutti, e che avrei voluto/dovuto scrivere da una vita. A quasi due mesi dall’uscita e dalla visione di “Montage of Heck”, ce l’ho fatta a capire cosa anche io avessi da dire al riguardo. Ciao Kurt, ovunque tu sia, oltre che tatuato sulla mia gamba sinistra.

Francesca Ianniello

Comments

comments